La frana di Niscemi, divenuta il simbolo della fragilità dei territori italiani, è emblematica non solo perché si era già manifestata nel 1997, ma perché era già documentata nel lontano 1790.
Lo hanno raccontato il professor Claudio Cerreti, presidente della Società Geografica Italiana, e
Patrizia Pampana, responsabile della biblioteca e degli archivi della SGI, ai microfoni
di INVIATO SPECIALE di RADIO UNO con Rita Pedditzi:
https://www.raiplaysound.it/audio/2026/02/Inviato-Speciale-del-21022026-61155d73-5072-4699-b77e-f33f5208324a.html
Spiega Cerreti: “La cosa principale che possiamo fare per proteggerci dalle conseguenze di questa mutevolezza è il controllo, il monitoraggio. Parallelamente, evitare che le situazioni di rischio si aggravino, ad esempio con la copertura del suolo, con l’edificazione massiccia incontrollata, soprattutto in certe aree particolarmente vulnerabili, con il diboscamento, oggi non è più tanto un problema, ma in passato lo è stato, gravissimo peraltro, soprattutto nell’Appennino, con la scarsa attenzione che viene data, ormai da parecchio tempo, al deflusso delle acque naturali, delle acque piovane e delle acque di sorgente, e a maggior ragione la manutenzione della rete idrica artificiale. Perché questi fenomeni, come in particolare quello di Niscemi, ma anche moltissimi altri analoghi, si innescano il più spesso proprio nel momento in cui una quantità d’acqua eccessiva non trova uno sfogo in superficie o anche sotterraneo, ma soprattutto in superficie adeguato. Nel caso di Niscemi, come ripeto, in tantissimi altri casi, il meccanismo è semplice: le rocce sono permeabili fino ad un certo punto e impermeabili da un certo punto in giù. E la parte impermeabile, prevalentemente argilla, non si può impregnare d’acqua, diventa scivolosa. Quindi bisognerebbe evitare, regolare quanto possibile l’afflusso di acqua nel sottosuolo e soprattutto lasciare che si distribuisca, dopodiché questo non eviterà le frane, perché non c’è niente da fare, alcuni fenomeni avverranno comunque. Ma se noi sull’area in cui presumiamo che ci sia un rischio evidente di frana, evitiamo di costruire, avremo dei danni minori. Chi dovrebbe intervenire? In prima battuta i comuni, nel senso che sono gli enti che conoscono meglio e più nel dettaglio il loro territorio, perché poi certe cose vanno analizzate letteralmente sul posto. Salvo il fatto che i comuni ormai sono de-finanziati da decenni, le fonti di finanziamento più consistenti sono in pratica l’IMU e la TARI, e tutti e due si basano sulla possibilità che aumenti la popolazione del comune, cosa che attualmente non può succedere perché siamo in calo demografico netto dappertutto, e perlomeno che aumenti l’edificazione, le case costruite, perché quelle portano comunque IMU e TARI. E questo spiega perché la maggior parte dei comuni non si rifiuta di far costruire anche in quelle aree in cui si sa che c’è un rischio idrogeologico in generale“.
La Società Geografica Italiana ha raccolto la documentazione specializzata più importante d’Italia, migliaia di volumi, centinaia di atlanti, carte geografiche. Qui troviamo gli studi dei primi del ‘900 sulle frane in Italia del geografo Roberto Almagià. Patrizia Pampana: “Siamo nel 1901 e quindi già si percepiva l’importanza di uno studio di questo tipo. Quello che fece Roberto Almagià fu appunto raccogliere tutte le cartografie disponibili all’epoca. Si rese conto però che queste carte erano frammentarie e non coprivano tutta l’area di studio individuata principalmente nell’Appennino. Quindi parte dall’Appennino, raccoglie materiale anche geologico. Altro elemento fondamentale però di verifica era quello della ricerca sul campo. Lui stesso eseguì delle escursioni sui luoghi delle frane. Durante queste escursioni molto importante fu la realizzazione di fotografie, che sono inserite nei volumi. L’intento era appunto quello di offrire degli elementi per arginare questo fenomeno sulla base delle esperienze già vissute, sul dramma degli eventi franosi e dei danni che provocano.Questa è la carta e contiene le informazioni principali riguardo alle aree franose dell’Appennino centrale e meridionale. Annessa al secondo volume del 1910 possiamo vedere le aree individuate da Roberto Almagià. Queste sono le foto: la frana di Sant’Anna Pelago. Alcuni dei fabbricati principali del paese. Frana delle Conche presso Caprona. Blocchi di calcare al piede della frana. Frana di Bettola. L’antica frana di Illica, nel fianco del Monte Bello. Riva sinistra del Ceno. La frana di Cassinago. In alto il villaggio quasi sull’orlo del dirupo. La frana di Vaglio. Una cappella prossima alla chiesa completamente rovinata”.
Un paese flagellato da perturbazioni atmosferiche che si susseguono e che ancora una volta impattano su un territorio geologicamente fragile, ma anche usurpato dall’uomo. Claudio Cerreti: “Naturalmente questi sono repertori importanti, ma datati. Nel frattempo sono stati fatti dei lavori ancora molto più approfonditi e molto più estensivi. Messa in sequenza, forniscono un’attendibile probabilità, diciamo così, di rinnovamento di un fenomeno franoso in un determinato punto. Studi sulle frane, studi sui fenomeni idrogeologici in Italia se ne sono sempre fatti. L’Italia ha una scuola di ingegneria idraulica e di quella che oggi potremmo parlare idrogeologica antichissima, risaliamo alla fine del Medioevo. C’erano delle competenze molto molto approfondite, che naturalmente riguardavano anche la gestione dei versanti franosi. Le cose sono legate, quindi la capacità di capire e di intervenire sulle modalità di scorrimento delle acque superficiali e delle acque sotterranee si intreccia, si interseca con la capacità di prevenire o di ostacolare il fenomeno franoso“.
La Società Geografica Italiana oltre un secolo fa realizzò un repertorio storico sui fenomeni franosi che hanno interessato l’Italia peninsulare: Roberto Almagià, “Studi geografici sulle frane in Italia”, in due volumi pubblicati nel 1907 e nel 1910.Quest’opera, che viene tuttora largamente utilizzata, non è stata mai riedita né digitalizzata.La Società Geografica crede di fare cosa utile agli studiosi e ai cittadini, rendendo liberamente disponibile il testo e le relative carte, in una accurata versione digitalizzata che sarà possibile scaricare e stampare.
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